Work Text:
Mosca, 196*
Ivan Braginskij aveva sospirato profondamente mentre se ne stava seduto accanto alla finestra. Guardava fuori. Osservava ogni fiocco di neve che gli passava davanti agli occhi, e sospirava di più. Rendeva tutto così silenzioso quella neve che continuava a depositarsi fuori da quella maledetta finestra. Tutto era bianco. Le strade. Gli alberi. I tetti delle case.
E la neve lo rendeva sempre nostalgico. Doveva esserci abituato, era del resto nato in quelle desolate lande sempre innevate. Ma era qualche secolo che la neve aveva anche il dolceamaro sapore della nostalgia.
Soprattutto quando il motivo di quella nostalgia non era presente. Quando era a centinaia di chilometri di distanza, a fare solo dio sapeva cosa di magnifico, come diceva sempre.
Aveva sospirato nuovamente.
Avrebbe dovuto lavorare in quel momento. Stavano aspettando una sua relazione sulla situazione negli altri Stati sotto l’influenza sovietica, ma non riusciva proprio a concentrarsi. Come poteva farlo? L’ultima volta che si erano visti si erano lasciati in una pioggia di urla e insulti. E non lo aveva più sentito. Da parte sua aveva cercato di telefonargli. Gli aveva mandato qualche telegramma urgente. Ma da parte di Gilbert Beilschmidt il silenzio radio era assoluto.
Non era una cosa insolita da parte del Tedesco. Ogni volta che litigavano lui si chiudeva nel mutismo selettivo più assoluto e lo lasciava macerare nei sensi di colpa. Lo aveva fatto sin dal loro primo incontro su quella poltigliosa neve attorno a Peipus, quando davvero non avrebbe dovuto sentirsi in alcun modo in colpa. Avevano solo combattuto e Gilbert era stato un idiota che sopravvalutava la propria intelligenza e potenza. Ma si era sentito in colpa per averlo attirato in una trappola, per avergli fatto perdere cavalli e uomini. Anche se era stato carino e aveva tirato lui fuori dall’acqua.
Solo per cercare di ucciderlo con le proprie mani.
L’ennesimo sospiro aveva lasciato le sue labbra. Doveva lavorare. Doveva finire quelle relazioni, che in tutta onestà sarebbero state solo di lamentele dei vari Stati. Soprattutto di Ungheria che non riusciva più a sopportare e se fosse stato in suo potere se ne sarebbe già liberato senza grossi pensieri. Ma proprio non aveva forza in quel momento di mettersi davanti alla scrivania e battere sulla macchina da scrivere dei rapporti mensili sempre uguali. Poteva davvero fare delle fotocopie che sarebbe stato uguale. E poi avrebbe potuto andarsene da Mosca, tipo subito. Tanto stare lì completamente da solo era tanto deprimente quanto rifugiarsi nella piccola casa che era riuscito ad ottenere per sé in campagna. Almeno lì avrebbe potuto fare qualcosa di diverso che stare a fissare dei tetti così pieni di neve che tra poco sarebbero crollati sotto il suo peso. In campagna avrebbe potuto andare a caccia, avrebbe spaccato un po’ di legna. Si sarebbe seduto nella sua piccola cucina e avrebbe mangiato qualcosa che davvero gli piaceva. Si sarebbe preparato un tè. Avrebbe letto qualcosa. Ma soprattutto sarebbe stato lontano da tutti quei burocrati che lo controllavano a vista.
Quella piccola casa in mezzo agli alberi era il suo rifugio sicuro. Il posto in cui poteva scappare quando Mosca iniziava a stargli troppo stretta addosso. Era bella, era bellissima quella città. Solo che la sua grandezza lo opprimeva. E forse era anche colpa di quel maledetto Tedesco se la città che tanto amava, iniziava anche a detestarla.
Ogni volta che litigavano, Gilbert tirava in mezzo “i poteri di Mosca”. Ogni volta gli ricordava quanto odiasse essere sotto la sua sfera di influenza. Quanto era orrendo dover usare il russo come seconda lingua, poco importava che la parlasse da secoli come se fosse ormai madrelingua. Gilbert trovava ogni difetto in Mosca e lo portava all’esagerazione, sempre comparandola a Berlino, ovviamente. La sua Berlino che era tanto perfetta e ferita dall’orrendo muro che la divideva a metà.
Non poteva farci nulla. Poteva anche non essere d’accordo con come erano state eseguite certe cose, ma lui non aveva avuto alcuna voce in capitolo. L’unico suo compito era stato parlarne con Gilbert, e solo perché nessun altro aveva avuto il coraggio di avvicinarsi a lui. Tutti avevano avuto paura di quale sarebbe potuta essere la sua reazione.
Era stata in effetti pessima. Aveva urlato. Lo aveva anche preso per il bavero della camicia urlandogli quanti più insulti poteva direttamente in faccia. E poi si era rassegnato. Gilbert non era uno stupido. Sapeva che non obbedire a certi ordini avrebbe solo avuto conseguenze ancora più catastrofiche, e gli sembrava che ogni tanto Gilbert volesse solo starsene in pace, nascosto da qualche parte lontano da Berlino. Stavano davvero invecchiando, se stare in ufficio a lavorare iniziava a pesargli. Secoli e secoli di ordini da eseguire li avevano resi insofferenti. Soprattutto dopo quella ultima guerra che li aveva visti nuovamente avversari, forse nel modo più cruento in cui si erano mai combattuti. Avevano dato veramente il peggio di loro stessi. Avevano cercato di annientarsi.
E doveva essere sincero. Capiva tutto il risentimento di Gilbert nei suoi confronti. Aveva voluto umiliarlo pubblicamente. Gli aveva tolto il nome. Aveva trasformato la sua amata Königsberg in una sua Oblast. Gli aveva tolto la libertà di cui tanto si era sempre vantato. Lui, che non aveva mai stretto alleanze durature. Lui, che era un uomo che si era fatto da sé. Lui, che era stato pura forza, era ora ridotto a piccolo Stato sotto la sua sfera d’influenza. Lo aveva fatto di proposito. Gli aveva tolto tutto quello che aveva potuto solo per vederlo finalmente piegato al suo volere. Sottometterlo gli aveva fatto provare un momento di gioia, di gloria. Salvo poi rendersi conto che non era nemmeno questo ciò che aveva davvero voluto. Quella era solo la rabbia della guerra. Era solo il dover sfogare da qualche parte i sentimenti negativi che aveva accumulato negli anni.
Adesso avrebbe preferito condividere quella convivenza con lui in modo pacifico. Passare magari qualche weekend insieme, solo loro due, nascosti da qualche parte lontano da tutti. Non gli importava se in Russia o in Germania. Gli bastava davvero stare da qualche parte da solo con lui, per riuscire a sopportare meglio tutto quello che succedeva.
Ma era solo un miraggio prima che una cosa simile potesse accadere. Avrebbe fatto prima a rapirlo e legarlo da qualche parte, che aspettare che Gilbert gli desse retta almeno una volta. Perché glielo aveva proposto. Oh, se glielo aveva proposto. Una vacanza. Solo loro due. Dove preferiva. Gli lasciava carta bianca su qualsiasi decisione.
Aveva sospirato per l’ennesima volta quando aveva sentito la porta del suo ufficio aprirsi. Era già pronto ad urlare contro a chiunque lo avesse disturbato in un momento tanto impegnato, mentre era così preso a piangersi addosso per il nulla.
“E che cazzo. Fa un freddo cane qui, capisco che tu non ci voglia stare in alcun modo. Mi si sono congelate le palle dalla stazione a qui!”
Era rimasto a bocca aperta mentre osservava l’uomo entrare nel suo ufficio e scrollarsi la neve dal cappotto. Lo aveva guardato malissimo, con il naso e le guance troppo rosse che risaltavano sulla sua pelle candida. Era come la neve la sua pelle. Era una cosa a cui pensava sempre nelle giornate nevose come quella.
“Compagno Beilschmidt! Non potete entrare senza appuntamento! Non dovreste nemmeno essere qui!” Una giovane segretaria era alle sue calcagna, ma Gilbert non sembrava minimamente disturbato dalle sue parole. Aveva anzi tolto il cappotto e glielo aveva lasciato malamente.
“Io non ho bisogno di appuntamenti. Portami del caffè.” Non l’aveva degnata di uno sguardo, guardando invece nella sua direzione. Non se lo aspettava. Non credeva di vederselo mai piombare lì, così a caso, e soprattutto senza avvertire. Perché Gilbert avvertiva sempre. Gli dava un colpo di telefono anche solo per farsi venire a prendere in stazione.
“Gilbert?”
“Sì, è il mio nome. Dovresti saperlo ormai.” Gilbert si era mosso nel suo ufficio, mentre lui dava ordine con una mano alla segretaria di uscire. Il Tedesco non aveva aspettato inviti e si era seduto alla sedia di fronte alla sua scrivania. Non aveva smesso di guardarlo. Sembrava irritato. Lo sembrava sempre, se doveva essere onesto.
“Qual buon vento ti porta qui? Mi sembrava di ricordare delle parole, buttate per lo più al vento, di te che giuravi che dopo Stalingrado non avresti mai più messo piede in inverno nelle mie lande desolate.” Ivan gli aveva sorriso, staccandosi finalmente dalla finestra e sedendosi anche lui alla propria scrivania. Aveva incrociato le dita, dopo aver appoggiato le braccia sul legno, ed era curioso adesso. Lo era molto.
“Mi è stato detto che dovevo venire a Mosca il prima possibile. Che non siete molto soddisfatti di come mi sto comportando.” Il modo in cui quei occhi lo guardavano gli facevano sempre correre i brividi lungo la schiena. In tutti i sensi possibili. “Sai che non vi farò contenti finché ho fiato?”
“Immaginavo, sì. Le regole ti stanno spesso strette, no?” Gli aveva sorriso ancora, ma voleva in realtà accorciare quella distanza che li separava e abbracciarlo. Voleva sentire il suo odore nelle narici, e rilassarsi così. Non chiedeva molto, no? Gli sarebbe bastato solo quello.
“Le regole le rispetto finché mi vanno bene. Le vostre sono stronzate e mi state sul cazzo da secoli. Questo lo sai. Dovevo essere io in una posizione di potere ora e tu stare sotto di me.” Gilbert aveva alzato la mano ancora guantata, puntando l’indice contro di lui.
“Non è colpa mia se avevi gli alleati sbagliati. Te l’ho sempre detto che se ti sottomettevi a me potevi prosperare come non mai.”
Gilbert aveva gracchiato una risata, alzandosi poi dalla sedia per sedersi sul bordo della scrivania. Ivan lo sapeva che lo stava facendo di proposito. Lo avrebbe provocato in tutti i modi possibili per fargli avere una qualche reazione. Era un gioco che durava da secoli, letteralmente, e sembrava non avere mai fine.
“Cosa devo aspettarmi dal tuo capo? Mi vorrà vedere in ginocchio e dovrò leccargli la punta degli stivali?”
“No, non credo abbia quel tipo di gusti. Sono i miei gusti, dovresti saperlo.” Ivan aveva incrociato le dita sotto il mento, senza smettere di guardare il Tedesco. Se fosse stato nello studio di casa propria, Gilbert sarebbe già stato sbattuto senza alcuna pietà sulla scrivania. Ma lì non era il caso. La gente fin troppo spesso entrava senza bussare e non aveva molta voglia di farsi beccare in posizioni scomode con quel disidente. Sarebbe stato problematico da spiegare, anche se tutti sospettavano o sapevano. “Devo accompagnarti e proteggerti se prova a toccare il tuo bel viso?”
“Sai che lo morderei se solo provasse a sfiorarmi. Non mi piacciono i vecchi.”
L’intensità con cui lo guardava non smetteva di fargli avere pensieri molto poco casti. Avrebbe davvero voluto concludere lì quella giornata lavorativa e trascinarlo da qualche parte lontano da occhi indiscreti.
“Quando devi tornare a Berlino?”
“Non ho preso un biglietto di ritorno.”
“No? Ma se tu odi stare qui, soprattutto d’inverno.”
“Il freddo a Mosca è meno rigido quando sono qui con te.”
Non gli sembrava possibile. Era sicuramente dovuto al fatto che era stato fuori al freddo e poi era entrato in quell’edificio super riscaldato. Era solo per quel motivo se le guance di Gilbert si erano lievemente imporporate. Anche perché continuava a guardarlo con lo stesso modo strafottente di sempre.
Ma quella semplice frase aveva riscaldato anche il suo cuore.
