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È la fine di aprile quando Draco si accorge che è primavera. Eppure gira in maniche di camicia da settimane e ha levato il piumone invernale dal letto da quasi un mese, ma rendersi conto del clima più mite, della stagione che muta o ancora delle giornate che si allungano, quell’anno gli riesce difficile. Colpa del lavoro, racconta a se stesso ed è decisamente una bugia. Lavora tantissimo, certo, più di Potter. Il che è tutto dire. Però è anche vero che da mesi è fintanto distratto. Di incolpare il malvestito straccione per tutte le disgrazie della sua vita ha smesso ormai tempo fa, non è più nemmeno divertente da quando si sono sposati. Anzi, il matrimonio ha reso semplicemente tutto più smielato e dolciastro. La gente ha iniziato ad associarlo a Harry ormai da tempo, ma da quando sono sposati lo additano sempre più assiduamente ed è certo che per quelle stesse persone Draco sia un po’ meno Malfoy di suo padre, che da un certo punto di vista è soltanto un vantaggio. Gli sta bene che lo ritengano migliore di Lucius, che si riferiscano a lui come al marito di Harry Potter. Eppure non è nemmeno questo ciò che lo distrae. Fuori è primavera, certo, le giornate diventano più calde, i fiori sbocciano, gli uccellini cinguettano… Bingley, il gufo di famiglia, preferisce uscire a caccia che starsene appollaiato sul camino del soggiorno. Merlino, il gatto magico che Hagrid ha regalato loro al matrimonio, pare abbia del tutto perso la voglia di dormire perché nella sua cesta non ci sta mai. Draco lo vede rientrare dalla finestra della cucina un mattino mentre fa colazione, con quel troglodita che ha avuto la brillante idea di sposare e allora si rende conto che quel gatto non fa altro da settimane.
“Passa la notte sui tetti” lo informa Harry, leggendogli evidentemente nel pensiero, mentre manda giù rozzamente la prima metà di un muffin ai mirtilli. Dieci mesi di matrimonio, con Potter che ha pure preso il suo lignaggio con tanto di blasone e ancora non gli ha insegnato a mangiare decentemente… Stupido lui a non volersi mai impuntare riguardo le buone maniere.
“Scusa, come?” gli domanda in risposta, sorvolando sulla faccenda del blasone, della famiglia e anche dello schifo nel vederlo mangiare come un cavernicolo. Ma solo per non sentirlo ripetere per l’ennesima volta che crescere con Dudley lo ha drasticamente segnato in negativo: “O ti sbrigavi o non mangiavi!” [1] gli ha sentito dire almeno un milione di volte. Meglio evitare insomma, anche perché sono le otto del mattino e il suo cervello fatica a mettersi in moto e proprio non ha la forza per le discussioni.
“Merlino passa la notte sui tetti, l’ho visto qualche sera fa.” E allora, Draco si immagina questo gatto a passeggiare sopra le case di Diagon Alley, guardando maghi e streghe dall’alto come se ne fosse l’imperatore assoluto. Un po’ lo invidia, vorrebbe starsene anche lui sui tetti a giudicare con supponenza le vite degli altri. L’epoca in cui lo faceva con una discreta nonchalance e una buona dose di sbruffonaggine è decisamente finita, seppellita da una fede al dito, un Potter come cognome che aleggia nella sua mente come un incubo e un tatuaggio sbiadito sul braccio.
“Dovremmo fare qualcosa a riguardo?” domanda, dubbioso, posando la tazza da tè sul piattino di porcellana. Sempre tazze di fine porcellana francese per colazione. Sia mai che un Malfoy si abbassi alla roba dozzinale e babbana che quello sciagurato di Potter di tanto in tanto ha la sventurata idea di portargli a casa. Lo stesso sciagurato che adesso lo guarda confuso. D’accordo, non sa come ci si comporta con i gatti né cosa facciano o come vivano di solito, ha sempre avuto soltanto gufi, non è mica colpa sua.
“Anzitutto sperare che non torni con dei cuccioli.”
“È possibile?” domanda Draco, sfarfallando le ciglia, mandando giù un sorso di tè. Va bene, Merlino è un maschio ed è praticamente certo che non possa effettivamente aspettare dei piccoli, a questo ci arriva persino lui.
“Beh sì, dove credi che vada? Avrà visto qualche femmina e sai…” dice, alludendo a un qualcosa che non specifica.
“Ci penseremo se e quando accadrà, Potter. Adesso ho da fare” dice, scostando la sedia prima di far volare tazza, piattino e cucchiaino d’argento nel lavello grazie a un colpo di bacchetta. Quella discussione già lo ha annoiato ed è durata decisamente troppo.
“Dove vai?” si sente chiedere da un Harry che al contrario non si muove. Lui in pigiama e a piedi nudi, con i capelli spettinati e mezzo muffin affogato nel tè, sembra uscito dall’oltretomba.
“Al lavoro!”
“Di domenica?” gli chiede in rimando.
“Sì, ho da fare.” No, in realtà non è vero, ma sembra che soltanto lì riesca a essere concentrato su ciò che sta effettivamente facendo. Questo a Harry è meglio non dirlo, potrebbe prenderla sul personale considerati gli sforzi che fa per passare più tempo a casa da quando è diventato Capo Ufficio Auror.
“Vedi di tornare per le due, c’è il battesimo della figlia di Ron ed Hermione!” [2] Oh, già, se n’era dimenticato. Anche se, a voler essere brutalmente onesti, non gli va esattamente d’andarci. Nonostante adori la piccola Rose e si sia già abbondantemente auto proclamato il migliore fra tutti gli zii, festeggiare è l’ultima cosa che vuole. Eppure sputa un laconico: “Ci sarò!” che tanto entusiasta proprio non lo sembra. E poi va a sbrigare pratiche in ufficio senza mai sollevare la testa della scrivania. Lavorare aiuta a non pensare. Non pensare al divorzio dei suoi genitori e al fatto che sua madre se ne freghi che il padre di suo figlio vada a letto con la sua migliore amica. Pansy, per la precisione. Che fa robe con papà e con la quale Draco non parla da mesi ovvero dalla catastrofica festa di Halloween a cui lui si è travestito da astrologa cadavere. Pansy che forse un giorno diventerà la sua orrida matrigna.
Draco è questo a cui non vuol pensare, ma pur facendo di tutto per dimenticarsi di quella sera, in realtà ha i pensieri incastrati esattamente su quel momento. E così non si accorge della primavera, dei gatti sui tetti, di Bingley che bubola richiamando attenzioni e di un marito preoccupato per lui, che da troppo tempo lo osserva con fare inerme e una punta di frustrazione. Un marito che detesta guardare, ma non agire perché Potter è fatto così. Osserva, vaglia la situazione e quindi sfodera la bacchetta, di solito per difendere qualcuno perché è un Grifondoro fin dentro le ossa e questo non è mai cambiato. Draco lo sa meglio di chiunque, odia tutt’ora il lato cavalleresco del suo carattere. Ciononostante fa finta di niente e lavora. E ignora anche i gufi di Pansy, che spedisce lettere da mesi. Non che ne abbia letta una, le ha stipate in un cassetto dello scrittoio. Non vuole neanche vederle perché Pansy è la ragione di tanti degli atteggiamenti non propriamente normali che Draco ha tenuto negli ultimi mesi. Non papà, non mamma che esce con chissà chi, ma Pansy Parkinson. Alcuni di questi comportamenti Harry li ha definiti decisamente strani. Ha smesso di mangiare dolci, perché Pansy lavora ancora in una pasticceria della Londra babbana e da quando va a letto con papà, a Draco viene il vomito solo a vedere una torta. Quindi niente dolci, tanto lavoro, una gran quantità di Whiskey Incendiario e poche parole. In effetti a Draco sembra di non aver parlato affatto negli ultimi mesi, specialmente con Potter che è un miracolo non l’abbia già lasciato. Spesso però le parole non gli vengono, restano come incastrate in gola in cui di tanto in tanto percepisce come un nodo fastidioso che gli fa perdere anche l’appetito. E quindi non parla, non come dovrebbe e spesso snocciola frasi di circostanza e poco altro. Draco si odia, il che se possibile lo fa sentire anche peggio.
“Ehi!” È la voce di Harry che tutto d’un tratto lo riscuote dai propri pensieri. Draco sussulta vistosamente: l'ufficio buio, con timidi raggi solari che filtrano dalle tende tirate e una candela accesa con un lumino assai fioco che illumina a malapena la scrivania, gli consentono di scorgere a malapena la figura di Harry poco lontana. Sta nella penombra, poco distante. Non ha sentito il rumore della materializzazione, a stento percepisce la sua presenza, al punto che per un istante o due teme si tratti di una proiezione della sua mente. Ma Harry Potter è davvero lì che lo guarda con compatimento e un accenno di disapprovazione. Si fa avanti di un passo e nel contempo si guarda attorno, probabilmente domandandosi perché accidenti sia tutto quanto buio.
“Potter, per tutti i folletti! Vuoi farmi morire?”
“Sono troppo giovane per diventare vedovo” mormora, sarcastico. Bastardo, pensa fra sé accennando a un sorriso, che però subito si spegne.
“Che fai qui? Non sono ancora le due” commenta, dando un’occhiata alla sveglietta da tavolo che ticchetta alla sua sinistra e che segna le undici del mattino, prima di tornare a preoccuparsi delle scartoffie che ha davanti e che non è poi così strano che non sembrino più tanto interessanti. Non lo erano nemmeno prima, a voler essere onesti, ora gli paiono ancor più una perdita di tempo.
“Sono qui perché dobbiamo parlare e ho rimandato anche troppo.”
“Non ho niente da dire” dice, con finta noncuranza, senza nemmeno sollevare lo sguardo da quei fogli che ha davanti e che non legge nemmeno più. Non è esattamente così, di cose da dire ne avrebbe, ma chiudersi nel proprio mutismo al momento sembra l’unica soluzione possibile.
“Draco, i tuoi genitori si sono separati” dichiara e la sua voce, per quanto carica di toni addolciti, suona come una coltellata nello stomaco. Sì, è vero: mamma e papà non stanno più insieme e fa male, un male assurdo. Fa male più di un crucio e decisamente più di quella volta che lo stupido pennuto di Hagrid gli ha quasi staccato un braccio. Questo è un dolore diverso, viscido e a tratti anche infido che gli serpeggia sotto la pelle e marcisce nelle ossa. Non basta una pozione per spegnere le voci nella testa, non per colmare il vuoto che sente dentro. Mamma e papà non stanno più insieme, pensa di nuovo e allora le dita, strette attorno alla penna, tremano appena.
“Io…”
“Devi accettarlo, Draco” lo interrompe, con fare deciso. “Devi accettare che Pansy stia insieme a tuo padre.” Ed è a quel punto che si rende conto di non aver mai pronunciato la parola “Pansy” ad alta voce. Ad Harry l’ha proibito, sebbene tacitamente, lui ha capito e obbedito. È evidente però che ora la frustrazione che prova dev’essere troppo per consentirgli di restare in disparte a guardare.
“Devi accettarlo” aggiunge, in ultimo. E quando la sua voce riecheggia in una stanza troppo grande nella quale sono soli, illuminata di rado dalla luce fioca di una candela, si rende conto che ha ragione. Ha rimandato, si è rifiutato di parlarne, ma è vero che non può andare avanti in questo modo. Non ha neanche mai più pronunciato il nome di Pansy da quella notte di Halloween, se non nella propria testa dove suona allo stesso modo d’una sferzata d’aria gelida in un mattino d’inverno: decisamente fastidiosa.
Draco sospira pesantemente, il fiato si frammenta in un respiro che trema. Lentamente, posa la piuma sui fogli che si macchiano d’inchiostro blu. La sedia stride sul parquet di legno pregiato che ha fatto installare solo poche settimane fa e il rumore gli rimbomba nella testa in maniera fastidiosa. Con un colpo di bacchetta apre le pesanti tende di broccato, facendo entrare la luce, tanta, forse troppa. Quel sole di aprile pur essendo una pallida imitazione di quello estivo, sia per intensità che per calore, gli ferisce comunque la vista. Ma se una lacrima gli pizzica gli occhi non è certo a causa della primavera. Pansy e suo padre, è per loro che piange. E anche per Narcissa che vive la sua vita con chissà chi e se ne frega di lui. Draco che odia tutto e tutti, dalle torte ai pasticceri francesi fino alla stessa orribile Parigi. [3] Draco odia Parigi. E odia anche il trovarsi in questa ridicola situazione dai contorni grotteschi. Sono bastate poche parole di un Harry che ancora lo guarda, per far crollare il castello di finta indifferenza dentro al quale si era trincerato ormai da mesi. Il che lo rende ancora più patetico. Quelle che pizzicano agli angoli dei suoi occhi grigi, dunque, sono tutte quelle parole che ha ricacciato giù in gola. Tornano su in quel momento, tutte quante insieme e allora fa quel che farebbe ogni buon Malfoy in una situazione del genere: fugge. Perché in fondo le malelingue non hanno poi così ragione, Draco è pur sempre il vigliacco figlio di suo padre. In questo caso non scappa dagli auror del ministero e nemmeno dai Mangiamorte, come è successo ormai una vita fa, ma da se stesso, da Potter che lo guarda senza dargli tregua, dalla verità… Fugge, sì, ma non va troppo lontano. Arriva soltanto sino alla finestra e ci si appoggia sopra, vi posa la fronte mentre affonda le mani nelle tasche dei pantaloni. La finestra dà su un giardino fiorito, buffo: nemmeno della sua esistenza si è mai accorto. Non ha visto prima le aiuole di iris viola contornate da piccoli sassolini bianchi, gli aceri giapponesi dai colori rossastri o i ciliegi in fiore che già hanno iniziato a perdere petali rosa. Non si è nemmeno reso conto del prato costellato di margherite e viole del pensiero. Oh, che cieco sciocco!
“Nel bene e nel male eravamo una famiglia, io, mamma e papà.” E no, non erano perfetti. Con alle spalle un passato impregnato di scelte sbagliate e convinzioni discutibili, eppure si volevano bene. L’amore non è mai stato in discussione, nemmeno all’epoca del Signore Oscuro.
“Sapere che non è più così è destabilizzante” sputa fuori alla fine e allora sente come se il macigno che aveva sullo stomaco se ne fosse andato.
“I tuoi genitori continueranno a volerti bene, questo non cambierà.” Ma lui questo lo sa, in fondo al proprio cervello c’è una vocina che gli ricorda che Harry ha ragione, tuttavia metabolizzarlo è un’altra faccenda. Sa anche che suo padre non si è fatto la sua migliore amica perché lo odia per aver sposato un uomo, che è anche il fottuto eroe del mondo magico, sa anche questo a livello razionale perché nemmeno suo padre è tanto perfido. Eppure sembra impossibile ammetterlo.
“È che mi sento tradito” sussurra, dopo attimi di silenzio. Questa è forse la confessione più difficile da fare. Se parlare della separazione dei suoi genitori lo fa sentire come un bambino abbandonato dalla mamma e dal papà, cosa di cui per altro si vergogna, questo senso di tradimento che prova lo fa sentire un verme. Non è nemmeno sicuro di avere il diritto di provare certe cose.
“È per lei, non è vero?” avanza Harry, ma Draco non si volta e tiene invece lo sguardo puntato su quel giardino fiorito, sugli iris viola e sull’acero giapponese, su un gatto bianco seduto su una panchina in ferro battuto che lo guarda con aria strana. Sembra conoscerlo, forse addirittura giudicarlo e ci riesce in una maniera che Draco fatica a spiegare a se stesso. Chiude gli occhi anche per sfuggirgli, perché non vuole certo essere giudicato da un gatto. Scopre di sentirsi meglio e quindi si lascia andare, inspirando l’odore speziato di Harry. Si bea del calore del suo corpo e delle braccia che lo cingono in vita. Dovrebbe essere bello stare in quel giardino abbracciato a Harry.
“Va tutto bene, quello che senti è ok!”
“No, che non va bene, Potter!” esclama, voltandosi di scatto. Arrabbiato, confuso, furioso con tutti, persino con Harry che in realtà lo vuole soltanto aiutare perché è dannatamente sbagliato anche nel riuscire ad accettare l’aiuto degli altri, neppure questo è in grado di fare.
“Sai a cosa non riesco a non pensare?” continua dopo, sbuffando una risatina dal naso. “Al fatto che se si sposano lei diventerà la mia matrigna e questo mi destabilizza. Io e lei siamo cresciuti insieme, è come se fosse mia sorella e adesso…”
“E adesso tua sorella va a letto con tuo padre” annuisce lui, comprensivo. Neanche questo era mai riuscito a dire ad alta voce. L’immagine è orribile e disturbante, così tanto che un conato di vomito gli sale dalla bocca dello stomaco. Dopo quella confessione, Draco si zittisce. Percepisce la solidità del corpo di Harry alle proprie spalle, il suo profumo intenso, la ruvidità della barba ispida che gli graffia la pelle delicata del collo. Gli piace ancora da impazzire e questo è un qualcosa che non cambierà mai.
“Ehi, Malfoy, guarda che io non sono contro di te, non più.”
“Lo so” annuisce, emettendo un flebile sospiro, spezzato dalla voce che si rompe. Odia essere questo: fragile e codardo. È un lato di sé che non è mai riuscito ad accettare e che dopo la guerra lo ha fatto diventare qualcuno di estremamente diverso dal ragazzino viziato e sbruffone di un tempo. A Harry però sembra non importare, non giudica le sue lacrime, non lo deride né denigra. Non è come suo padre, che lo ha cresciuto con l’idea del dover diventare un uomo che guarda il mondo dall’alto, credendosi superiore e giudicando chiunque esprima dissenso nelle sue idee radicali o sentimenti di alcun genere. Harry è diverso da chiunque altro, è questa la sua forza.
“Dovrei focalizzarmi sul fatto che sei tu ora la mia famiglia, dovrebbe fare meno male, ma lo fa lo stesso. Ti prego non avercela con me.”
“Non ce l’ho con te” sussurra Harry al suo orecchio, cingendolo per la vita e baciandogli una guancia. “Ma ti prego, se non riesci a pensare di parlare con Pansy a me sta bene, non voglio certo forzarti, ma almeno la domenica non rinchiuderti qui dentro al buio.”
“Farò quel che posso” ridacchia, stirando un sorriso sincero. Forse il primo dopo molto tempo. Dimentica sempre come si faccia a ridere, anche durante il casino che è successo prima del loro matrimonio ha finito con lo scordarselo, salvo poi ritrovarsi accanto un marito che sembra non voler far altro nella vita che questo. E quindi ridacchia tra sé, sebbene no, non stia affatto meglio. Non è passato, ma almeno sa di non essere più solo. Un qualcosa che dovrebbe ricordare ogni mattina appena sveglio, un pensiero che tuttavia tende sempre a mettere da parte.
“Andiamo, abbiamo un battesimo a cui presenziare” dice, prima che si smaterializzino entrambi. La luce della candela prima trema e poi si spegne, le tende si agitano di poco, giù nel giardino, il gatto bianco è sparito. Nelle ore a venire, Draco non smetterà di pensare a quanto strano fosse il suo sguardo.
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Il giardino racchiuso in una sfera di vetro
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Il battesimo di Rose Weasley-Granger si rivela essere una riuscitissima gran bella festa, come preannunciato da Harry stesso in più riprese: “Sarà una bellissima festa!” dichiara. Draco ha avuto più di un dubbio a riguardo, almeno all’inizio, perché non è quasi più abituato alle cose in cui tutto funziona alla perfezione, dove nessuno rischia di morire o non si fanno terribili scoperte che cambieranno la vita. Poi però i suddetti dubbi sono svaniti, probabilmente perché a organizzare il battesimo sono stati Ron ed Hermione. Non che ritenga Weasley un gran organizzatore di cose, al contrario ci sono volte in cui pensa che riesca a malapena a tenere insieme la propria vita. In questo caso c’entra più con il fatto che sono persone normali. Un mago e una strega con una vita tranquilla, a cui accadono cose all’interno della sfera dell’ordinario: grane al lavoro, faccende domestiche, piccoli litigi, genitori invadenti con la fissazione di sfamare la gente… Non come a lui e al signor Grifondoro, a cui ne succede una in ogni maledettissimo evento importante delle loro vite. Draco può star certo che se il battesimo fosse stato di un figlio Potter-Malfoy, almeno un paio di draghi sarebbero spuntati dal nulla chiamati da quello squinternato di Hagrid unicamente per farsi accendere la pipa. È il loro destino, quello di vivere nel disastro.
“Piantala, Malfoy!” commenta suo marito, forse usando la legilimanzia o probabilmente è perché lo conosce, non ne ha idea. “Non tutte le feste a cui partecipiamo si trasformano in disastri” commenta, alzando gli occhi al cielo intanto che manda giù in unico boccone una tartina al salmone. Sì, deve decisamente fargli il discorsetto su come si mangia in pubblico, lo ha rimandato a sufficienza. Non che la cosa si noti, circondato dagli Weasley il cui unico scopo nella vita sembra essere quello di trangugiare cibo, Potter si confonde alla perfezione. Non dubita che vadano così tanto d’accordo.
“Beh, il matrimonio di tuo cugino è andato a finire malissimo!” Ed è sorseggiando quello che dovrebbe essere champagne, che lascia andare quell’esclamazione.
“Però è stato divertente!”
“Comunque non sono tranquillo, rovinare le feste è il nostro destino. Noi siamo…” E sta per dire: maledetti, ma all’ultimo esita perché solo Salazar sa quanto a lungo abbia seriamente creduto di esserlo. La maledizione di Georgina Dunn che lo ha tormentato per mesi non l’ha certo dimenticata. E quindi evita, anche perché Potter non la prenderebbe benissimo.
“Sfortunati” aggiunge invece, mandando giù un sorso del vino che da almeno dieci minuti si rigira nel bicchiere. “Siamo sfortunati con questo genere di cose” rimarca, intanto che pensa che dovrebbe fare come fanno tutti quanti ovvero divertirsi. Magari ballare come Molly e Arthur oppure perdersi in chiacchiere con qualcuna di quelle teste rosse. Dovrebbe almeno impegnarsi e fingere che la sua vita non sia una costante tragedia. Lo champagne può aiutare, anche se ancora odia Parigi, oltre che i francesi e tutto ciò che riguarda quel maledettissimo paese, decide che per qualcosa di alcolico può anche fare un’eccezione.
Ed è proprio perché un po’ si sente circondato da gente che sembra troppo felice per essere vera, che manda giù quel bicchiere tutto d’un fiato e che dopo se ne fa servire un altro, intanto che si guarda attorno cercando una maniera per defilarsi. Non dalla festa, ma da quelle teste rosse che adesso sembrano essere ovunque. Weasley con mogli e fidanzati, Weasley con figli dai capelli altrettanto rossi… Weasley e babbani che fanno discorsi strani, di paperelle di gomma e altre amenità di quelle che capisce soltanto Potter e da cui si premura di stare lontano. E pure Weasley che pensano bene di lasciargli in braccio la festeggiata, chissà poi perché. La piccola Rose nello specifico, dall’alto dei suoi quattro mesi [5], con una carinissima tutina rosa con sopra scritto: l’amore di mamma che diventa l’amore di zio Draco dopo un colpo di bacchetta ben assestato, che la trasfigura dandole i colori di Serpeverde.
“Mettiamola così, piccola Granger, se sarai una Serpeverde avrò raggiunto il mio obiettivo di corrompere almeno una di quelle teste rosse” dice e stranamente lei ride. Ride spesso quando ce l’ha in braccio. Già successo in effetti, pare che Draco abbia un certo ascendente su quella piccolina o sui bambini in generale. Succede anche con i figli di Bill, che parlano per metà in francese e per l’altra metà in una specie di lingua difficilmente comprensibile e che a quanto pare lo trovano: “Très drôle, Draco” con quel Draco pronunciato con una marcatissima R che urta il suo già labile sistema nervoso. Non sa davvero perché li faccia ridere né perché sia divertente, lo accetta e basta. E comunque Rose è carinissima per essere una neonata e, cosa più importante, non lo innervosisce.
“Non una parola, sfregiato” mormora, con voce dolce, ondeggiando la piccola tra le braccia. Con la sua tutina verde e la scritta argento sul bavaglino, che ora emette piccoli gorgoglii. Ha notato suo marito poco distante, con le mani affondate nelle tasche dei pantaloni e uno strano sorrisino a tendergli le labbra. Potter che lo fissa da dietro i suoi occhialini tondi e che mette su un’espressione soddisfatta. Non sa se ride per quella tutina trasfigurata o perché la sua mente sta già viaggiando su territori che una coppia sposata da meno di un anno non dovrebbe proprio sfiorare neanche col pensiero.
“A Ron non piacerà” commenta lui, ridacchiando. “La sua primogenita una Serpeverde…”
“Sarebbe una mosca bianca” gli risponde, con voce leggera, sempre muovendosi lentamente e ondeggiando appena Rose, per evitare che si agiti. Una volta se la sarebbe presa per una frase del genere, adesso invece è più che altro un divertente gioco tra lui e quello scemo di Weasley, che cede ogni volta alle sue provocazioni. Troppo divertente per rinunciare all’opportunità di farsi gli affari propri e non stuzzicarlo.
“Diciamo che è la mia punizione per i genitori, così imparano a lasciarla a me.”
“Probabilmente pensano che tu sia bellissimo con un neonato in braccio.” Che paraculo… A parte che Draco sa perfettamente di essere bellissimo e non c’è bisogno che il signor Grifondoro glielo ricordi, sebbene faccia molto piacere al suo ego, però sinceramente dubita di essere così affascinante con quella cosa tra le braccia. Specialmente agli occhi di Hermione Granger e Ron Weasley.
“Non farti venire strane idee.”
“Nessuna strana idea, lo giuro” replica Harry, facendo roteare del vino bianco nel proprio calice e stirando un sorrisino beffardo. “Il mondo non è pronto per Draco Malfoy incinto, quindi non alimenterò mai certi pensieri.”
“Beh, la professoressa Cooman non è d’accordo con te, dato che ha previsto una mia gravidanza al nostro matrimonio.” Ricorda molto bene di quella discussione avvenuta al ricevimento, come una delle conversazioni più deliranti mai avute nella vita. E aveva Tiger e Goyle come compagni di dormitorio, a scuola, di deliri se ne intende.
“Io invece ricordo un nome orrendo tipo Scorpius” ribatte Potter, rabbrividendo vistosamente mentre fa una faccia schifata.
“Ehi, quello è un nome di famiglia” precisa, senza smettere di ondeggiare. Non vuole che la piccola Granger si agiti e inizi a urlare. Ci mancherebbe solo quello, anche se sarebbe la perfetta occasione per farla tornare tra le braccia del padre. Ottenere sempre un vantaggio personale da ogni situazione, è una regola di vita: lo ha imparato quando era un Mangiamorte.
“Il che comunque rende quella previsione ancora più inquietante” aggiunge, tornando sulla questione. Inquietante e un po’ strano, oltretutto.
“Parli del diavolo” lo sente dire, indicando con un cenno del mento la suddetta professoressa Cooman che cammina in sua direzione con il suo passo leggero e la consueta aria stralunata. Potter ridacchia e poi, piuttosto subdolamente, si defila fingendo che qualcuno lo stia chiamando. Che stronzo!
“Buongiorno, professoressa!” esclama, infine, cambiando improvvisamente tono di voce e fingendo una felicità che non ha.
La suddetta Cooman è piuttosto come la ricordava. Ampia gonna marrone, un maglione arancione e viola fatto ai ferri, scarpe di cuoio che hanno visto tempi migliori e un paio di fondi di bottiglia al posto degli occhiali, il tutto arricchito da ninnoli di varia natura che tintinnano a ogni passo.
“Come è andata la gravidanza, caro?” Poco cervello, ma memoria d’acciaio… “Vedo bene” aggiunge, allungando una mano inanellata in direzione di Rose sfiorandole delicatamente la fonte. La piccola si agita appena sotto il suo tocco, Draco la stringe ancora più forte senza smettere di ondeggiare.
“No, io non…”
“Ciao, piccolo Scorpius!”
“No, lei si chiama Rose” la corregge subito Draco, marcando in maniera particolare il fatto che sia una bambina. “Ed è la figlia di Ron Weasley ed Hermione Granger. Io e Potter non abbiamo figli. Io sono un maschio, professoressa, non posso rimanere incinto.”
“No?” chiede lei, guardandolo con fare stralunato da dietro i suoi spessi occhiali tondi. Tzé, lo chiede come se lo scoprisse ora per la prima volta! Che strana tizia…
“Eppure qualcuno ha avuto dei figli qui” conclude, guardandosi attorno, spaesata come se si domandasse dove accidenti si trova. Non dubita che non lo sappia, svitata com’è!
“Sì, Ron ed Hermione. Vede” dice, indicando il bavaglino con un cenno del mento. “C’è scritto: zio Draco. Sono lo zio di Rose, Rose Weasley-Granger. Non Scorpius, Scorpius non c’è e non esisterà mai.”
“Che strana cosa da dire” commenta lei, facendo tintinnare uno dei suoi bracciali sopra al nasino di Rose che grazie a Salazar continua a dormire, senza badare a niente e a nessuno.
“Un momento” riprende la professoressa Cooman, con fare allarmato. “Hai già seguito il gatto? No, penso tu non l’abbia ancora fatto. Ma lo devi fare.”
“Quale gatto?” chiede, ma la Cooman già si è voltata a dà segno di non badare affatto a lui.
“Segui il gatto bianco, Scorpius.”
“Quale gatto?” le domanda, seguendola con il passo più svelto che può. Lei però non gli dà neanche retta e continua a camminare, parlando da sola, finché non si perde tra la folla e sparisce così dalla sua vista. Sul serio, quale gatto?
Draco non pensa più a Scorpius, al gatto e tantomeno alla professoressa Cooman. I giorni che seguono sono frenetici al lavoro e non ha proprio il tempo di preoccuparsi dei vaneggiamenti di quella donna, in più ha giurato a se stesso che avrebbe trascorso più tempo a casa ed è quello che cerca di fare, sforzandosi di non rimuginare troppo su Pansy e su suo padre che fanno cose insieme. Cose in posizione orizzontale, molto probabilmente. Evita di soffermarsi sulle immagini che di tanto in tanto gli affollano la mente, lui e Potter si dedicano un po’ a loro stessi e questo è positivo. Suo marito lo aiuta a provare a essere felice, che poi è il secondo obiettivo che si pone. In minima parte il battesimo di Rose è riuscito a tirarlo su di morale, quantomeno si è svagato, è uscito di casa, ha incontrato delle persone… Non ci riesce del tutto, ma racconta a se stesso che questo è normale e forse è anche vero.
Succede soltanto un fatto un po’ fuori dall’ordinario, un qualcosa che lo fa inevitabilmente tornare con il pensiero alla professoressa Cooman e alle sue strane, e decisamente inquietanti, previsioni. Una metà mattina di un normalissimo martedì, vissuto sempre con la medesima filosofia del: non vivo per il mio lavoro, faccio le cose con la dovuta calma, si ritrova con una tazza di tè appena preparato a sostare davanti all’ampia vetrata che dà sul giardino fiorito che ormai piuttosto spesso si ritrova a osservare. Il ciliegio è ormai completamente sfiorito. Un vero peccato, poi, che il tappeto di petali rosa che fino a una settimana fa ammantava la panchina e il prato sottostante, sia quasi completamente svanito. Gli iris viola mantengono però la loro fioritura, Draco ritiene sia un peccato che prima o poi debba smettere di poterli osservare. Ed è proprio pensando a quanto belli siano, che l’idea di scendere là sotto inizia a solleticarlo, salvo poi diventare insistente man a mano che beve il suo tè. Non è nemmeno necessario uscire dall’ufficio, basta un colpo di bacchetta e si materializza là sotto. Uscire gli fa bene e quella giornata dei primi di maggio è calda, il cielo terso si rannuvola di tanto in tanto in soffici strati di nuvole bianche che oscurano il sole, mentre un venticello piacevole accarezza la pelle diafana del suo viso, scompigliandogli i capelli. Draco chiude gli occhi e inspira l’aria frizzante, gli era mancata la primavera ed è una sensazione su cui riflette sempre in quel particolare periodo dell’anno, ovvero in cui finisce l’inverno e arrivano i primi caldi. Gli era mancato il sole, il piacere di stare all’aria aperta così come il profumo intenso degli iris. Ama la natura, anche se a viva voce non l’ha mai ammesso. Proprio lui che ha visto prati verdi appassire al passaggio dei Dissennatori e distese di fiori bianchi diventare più neri dei loro mantelli. Draco conosce la morte ed è per questo che non vuole che quegli iris appassiscano, sente il bisogno di incastonarne uno nel tempo e, con esso, fermare anche quel turbinio di pensieri, sentimenti ed emozioni che impazziscono dentro la sua testa. Forse lo vuol fare nella speranza che si plachi anche il dolore o probabilmente è mero egoismo, sarebbe un peccato non veder più quegli iris così viola.
A Draco basta un fiore soltanto per ciò che ha in mente e allora guarda con attenzione ogni singolo fiore, sapientemente sistemato in un’aiuola contornata da sassolini bianchi. Decide per il più bello, il più grande, quello con i petali maggiormente setosi, con le striature di bianco e viola più accentuate. Sebbene non sia un fenomeno come la Granger in questo tipo di incantesimi, vuole almeno provarci. Utilizza uno di quei sassi bianchi, trasfigurandone l’aspetto fino a farlo diventare una sfera di vetro trasparente grande due volte il suo pugno, non che sia facile. Quindi fa entrare l’iris nella palla di vetro, facendo molta attenzione a che questo non si rovini. Vuole lanciare un incantesimo che mantenga perennemente quello stato di fioritura. Non ha mai fatto niente del genere, sa solo come funziona in teoria e infatti in quell’attimo di smarrimento che lo coglie in un primo momento, si convince che forse dovrebbe sul serio andare dalla Granger e chiederle di farne uno per lui, ma subito scrolla il capo: i Malfoy non chiedono aiuto, soprattutto non sulla magia. Naturalmente, poi, il suddetto incantesimo si rivela molto più complesso di quanto non ricordasse, però funziona. E alla fine il risultato è più che decente. O forse no. Sperava in qualcosa di più bello, pensa facendo volteggiare la sfera di vetro a mezz’aria.
“Meow!” Concentrato com’è a cercare di capire cosa c’è che non va in quel che ha appena fatto, Draco non si è proprio accorto del gatto che già da minuti lo osserva. Probabilmente è sempre stato lì e lui nemmeno se n’è reso conto. Sussulta appena quando sente quel miagolio, quindi solleva il volto e nota un gatto bianco seduto su una panchina che lo fissa. È sempre lo stesso, quello che lo guarda in modo criptico e che piuttosto spesso se ne sta seduto con il muso rivolto all’insù.
“Vattene” borbotta, facendo un ampio cenno con la mano in un maniera decisamente scorbutica. Non che serva a qualcosa, se i felini alzassero gli occhi al cielo è probabile che quel gatto adesso lo farebbe e magari riderebbe dei suoi goffi tentativi di scacciarlo.
“Non vedi che ho da fare?” continua subito, ma in tutta risposta quello si accomoda ancora meglio sulla panchina, senza dare il minimo cenno di essere spaventato. “Non ho niente da mangiare, sto cercando d’incantare questo fiore.” Il problema comunque non è la forma né l’incantesimo in sé, quelli sono riusciti. Il fatto è che non brilla poi molto, ma soprattutto che manca il profumo ed è questo a disturbarlo perché quella è la cosa che più adora degli iris.
“Forse posso fare in modo che ogni tanto emetta il suo profumo, non sempre, in particolari occasioni.” Draco non sa nemmeno se sia possibile una cosa del genere, ma di nuovo: ha visto certi oggetti incantati in casa della Granger che lascerebbero a bocca aperta il mago più esperto. La magia può tutto, è ciò che dice sempre Harry forse parafrasando certe parole di Silente, non lo sa, non ha mai indagato a riguardo. Comunque sa che ha ragione e quindi sente che deve almeno provarci. Nessuno poi lo vedrebbe fallire, a parte quello stupido gatto bianco, è solo in quel giardino.
“Coraggio!” esclama, incitando se stesso. Anche se no, non è mai stato coraggioso, probabilmente non lo è nemmeno adesso, lui è un Malfoy e quelli della sua famiglia hanno sempre saputo soltanto scappare.
“Al massimo non succede niente e ho la conferma che in incantesimi faccio schifo” mormora, parlando con il gatto e quasi sperando di ricevere una sorta d’approvazione, non è granché sicuro che nel tè che ha bevuto prima non ci fosse anche del gin. In un primo momento si limita a chiudere gli occhi, per trovare un po’ di concentrazione e ricordare quale tipo di incantesimo potrebbe essere adatto a ciò che ha in mente. In quale occasione potrebbe sentirsi il profumo dell’iris? Domanda se stesso. Magari quando pronuncia una certa parola, come il nome di qualcuno che gli è caro. Harry, per esempio? Nah, lui non c’entra nulla con i fiori e poi non ha bisogno di sentire un profumo per ricordarsi di lui. Forse la Granger? Sì, d’accordo, è una sua amica, ma tra di loro non c’è ancora quel tipo di legame. Sua madre? Ma neanche per sogno…
“Pansy” mormora infine colto da una consapevolezza che lo lascia stranito, almeno per i primi frangenti. Quella che ogni cosa sia legata a un’altra, Pansy, gli iris, il giardino, quello stupido gatto bianco che lo fissa… Se ha deciso di scendere è per fare qualcosa per se stesso, incastonare un fiore in una sfera di vetro, superare il dolore sono tutte cose legate a lei quindi ha senso che sia quello il nome da scegliere.
“Pansy” ripete a voce un po’ più alta e per una frazione di secondo ha come l’impressione quel gatto seduto sulla panchina sussulti, quasi fosse stato colto di sorpresa. Se è così dura meno di un attimo, perché quando torna a guardarlo ha la medesima espressione indifferente di sempre. Forse se l’è soltanto immaginato.
“Pansy è la mia migliore amica” si affretta a spiegare, quasi si sentisse in obbligo di giustificarsi. “Per me era come una sorella finché non ho scoperto che va a letto con mio padre. Immagina lo shock.”
“Meow” miagola il micio, scendendo dalla panchina e raggiungendolo là sull’erba.
Cammina con fare lento, il passo sinuoso, aggira la boccia che aleggia a mezz’aria fino a che non gli è accanto. Quando alla fine allunga una zampa, sfiorandogli la coscia, Draco sussulta per davvero. Che strano animale…
“Avrei dovuto darle la possibilità di spiegare, ma non l’ho fatto. L’ho cancellata dalla mia vita e fatto di tutto per non pensare a lei.”
“Meow!”
“Ho giurato a Harry che avrei provato a stare bene” continua e si sente un po’ come un fiume in piena, quasi quel gatto fosse riuscito in qualche modo a sbloccare ciò che gli impediva di aprirsi. “Però ancora non ci riesco e adesso… è una follia, lo so” mormora, sempre rivolgendosi al gatto che adesso lo fissa con i suoi grandi occhi neri. I gatti hanno gli occhi neri? “Forse se incanto questo fiore con il nome di Pansy potrei pensare di pronunciarlo di nuovo e se pronuncio il suo nome posso tornare a essere quello di prima. Sembra una pazzia, lo so, ma me ne intendo di pazzie che alla fine si rivelano essere delle buone idee. Ho sposato un eroe, so di cosa parlo.” Non si aspetta davvero una risposta dal gatto, sebbene questi mantenga quella zampa appoggiata alla sua coscia, Draco parla più che altro con se stesso. Cerca di convincersi di non aver perso del tutto la ragione. Ha provato in tutti i modi a superare il trauma che la separazione dei suoi genitori e la scoperta della relazione tra Pansy e suo padre ha portato con sé. Mesi a provare a dimenticare, a fingere che tutto andasse bene quando non era vero. Mesi a provare a parlare a cuore aperto, senza mai riuscirci per davvero, neppure di recente. Forse è arrivato il momento di tentare con qualcosa di diverso.
Draco non sa perché proprio gli iris, non sa perché proprio adesso, lì in quel giardino nascosto in un angolo della Londra babbana. Non ha idea del motivo per cui quel gatto bianco con gli occhi neri lo stia fissando in quel modo strano, né perché non smetta di guardarlo neppure mentre incanta il fiore perché emetta il suo intenso, dolce profumo quando viene pronunciato il nome di Pansy Parkinson, la sua più cara amica. Non lo sa, sa solo che quell’incantesimo gli esce dal cuore. E quando riesce, alla fine, gli basta dire quel nome perché si senta profumo dolce dell’iris.
“Pansy” dice, a quel punto l’alone violetto nella palla di vetro si illumina e un intenso odore di fiori inizia a serpeggiargli tra le dita, entrandogli nelle narici. C’è riuscito! Ce l’ha fatta. Draco si alza da quel prato dopo un tempo indefinito, dimentico del lavoro e di tutti i problemi che lo hanno tormentato nelle ultime settimane. E quando si allontana in direzione dell’entrata nel suo ufficio con quella sfera di vetro tra le mani, non nota il gatto bianco sparire in un lieve plop.
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La faccenda del gatto sul tetto
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Nei giorni che seguono, Draco non è felice come credeva sarebbe potuto essere. Incantare quell’iris non l’ha liberato del peso che ancora sente dentro e aprirsi con Harry non riesce mai del tutto a scacciare la tristezza e il senso di perdita.
Stai bene?” gli domanda lui una sera, dopo attimi di silenzio, distraendolo dalla propria opera di contemplazione di quell'iris. Draco sente le sue mani sulle spalle e mentre la preoccupazione carica il tono della sua voce di sfumature che attirano la sua attenzione: Harry è ancora in ansia per lui.
“Pensavo mi avrebbe aiutato” confessa, senza togliere gli occhi dall’iris che aleggia a mezz’aria in una boccia di vetro sistemata nella libreria.
“Draco, devi smetterla di pensare di essere solo” gli dice e non ha proprio idea di come sia possibile che abbia afferrato il nocciolo della questione così tanto facilmente. Probabilmente è vero che ha imparato la legilimanzia. Il punto è proprio quello ovvero la solitudine nella quale crede di vivere. E a riguardo avrebbe dovuto essere onesto fin dal principio, si era detto che sarebbe servito a farlo sentire meglio, ma in verità ha creato quell’incantesimo perché convinto che avrebbe dovuto tirarsi fuori da questa faccenda con le sole proprie forze, senza dover chiedere l’aiuto di qualcuno. Avrebbe dovuto andare da suo marito e parlarne, ma è più facile a dirsi che a farsi, perché lui è un Malfoy e non ha mai chiesto l’aiuto di nessuno. Se lo facesse gli sembrerebbe di essere ancora più debole di quanto già non si sente e sarebbe come se il peso della propria eredità morale, che gli opprime il petto, diventasse ancora più gravoso e non è sicuro di come diventerebbe la sua vita in quel caso. Perché suo padre gli ha insegnato che solamente i deboli chiedono aiuto, buffa una frase del genere in bocca a un uomo che poi si è mostrato vigliacco e codardo. E quindi annega nella solitudine più nera, convinto di non avere nessuno. Almeno fino a questo momento, perché quel dannato eroe che ha sposato, e che lo guarda con una stoica determinazione in volto, sembra piuttosto deciso a fargli credere il contrario.
“Lo sono stato per troppo tempo, Harry” sussurra, scrollando però subito il capo. Questo è vero, non è una sua convinzione. Una volta c’erano i suoi genitori, certo, ma erano le stesse persone non si sono fatte alcuno scrupolo nel venderlo al Signore Oscuro per ristabilire l’onore della famiglia. E gli amici… Draco non è sicuro di averne avuti di sinceri per un lungo periodo della sua vita, fatta eccezione di Pansy con la quale si è sempre confidato e con cui ora non parla più. Può darsi che parte del suo senso di solitudine sia causato dalla consapevolezza di averla persa per sempre. C’era lei e poi a un certo punto non c’è stata più.
“C’è sempre stata soltanto Pansy, a lei ho detto tutto quanto e adesso è come se mi mancasse la terra sotto i piedi.”
“Hai perso un’amica, ma questo non significa che sei solo” ribatte Harry, con decisione. Draco nota le sue mani strette a pugno, l’espressione determinata che nasconde dietro a una barba sempre più folta. “Ci sono io, c’è Hermione e anche Ron, ci sono Molly, Arthur, Bill, George… Io lo so cosa significa essere soli, lo sono stato per tutti i primi tredici anni della mia vita. Gli Weasley non sono la mia famiglia, lo sono diventati con il tempo. Lascia che siano anche la tua, una volta e per tutte.”
“Non c’è bisogno che me lo ricordi tutte le volte” gli fa notare, vagamente stizzito.
Questo è un argomento che spesso è venuto fuori, Harry gli ha già fatto notare in passato che gli Weasley lo hanno accolto a braccia aperte e che può considerarli la propria famiglia. Già lo ha fatto, in un certo senso perché chiede aiuto a Molly e lei fa visita a loro tanto spesso quanto fa visita ai propri figli, quindi è chiaro che li ritenga tali. Ma non è la stessa cosa che mamma e papà, non è la stessa cosa di quelle persone che ci sono sempre state.
“E invece no se credi di non poter andare da loro quando hai un problema serio” lo interrompe, centrando ancora una volta il punto. “Ascolta, non ti chiedo di diventare il miglior amico di Ron, sarebbe strano in effetti, ma almeno considera il fatto che loro ci sono sempre in caso di bisogno.”
“Ci proverò” gli promette, rilasciando un sospiro come la semplice idea gli costasse fatica. Non è del tutto vero, è solo che sta facendo il drammatico come suo solito.
“Comunque grazie, Potter” mormora, prima di strappargli un bacio, per ringraziarlo un po’ meglio e anche un po’ per farsi perdonare. Perché nonostante l’uomo che è diventato, si sente ancora addosso la terribile sensazione che ogni sentimento negativo che prova sia una sua colpa, un qualcosa della quale scusarsi con il mondo. Non riuscire a perdonare Pansy è una colpa, ne è più che convinto.
“Tu avresti perdonato la tua migliore amica per essere andata a letto con tuo padre.” E se non è una domanda c’è una ragione ben specifica.
“Malfoy, io non…”
“Lo avresti fatto!” dichiara e, nonostante la sua voce vibri alta nel soggiorno del loro appartamento di Diagon Alley, non è arrabbiato. Solo consapevole, in fondo Harry Potter è ancora migliore di lui.
“Non puoi sapere come avrei reagito, non lo so nemmeno io.”
“Io invece ne sono convinto” annuisce, stirando un sorriso che è un po’ amaro, ma anche un po’ dolce. Per ragioni diverse, ovviamente. L’amarezza è figlia della consapevolezza di non essere come lui, la dolcezza del fatto che ha scoperto di amare quel lato di Harry. Non lo avrebbe sposato, se così non fosse.
“Tu sei fatto in questo modo, sei un Grifondoro fin dentro le ossa. Sei troppo nobile per non trovare un lato buono in chiunque. Solo per gli assassini non ti sforzi di farlo, odiavi Voldemort perché lo era e odieresti anche me se quella volta avessi ucciso Silente. Questa faccenda però non c’entra con la magia nera, non c’entrano gli omicidi, è questione di sentimenti ed è per questo che so che se fosse capitato a te, avresti perdonato Pansy. Sei migliore di me e lo sappiamo tutti e due.”
“Siamo semplicemente diversi” mormora lui, scrollando la testa, amareggiato. “Però hai ragione, forse l’avrei fatto. Ma sei sicuro che sia la sola cosa giusta da fare? Tu sei assolutamente certo che il perdono sia l’unica strada percorribile?”
“E quale altra potrebbe essere?” Che glielo dica, perché lui non ne ha idea. Perdonare non è forse una virtù? Non è una di quelle cose da bravi e perfetti Grifondoro?
“Dimentichi che Pansy ti ha mentito per chissà quanto tempo e che tuo padre, che in tutto questo tu non stai nemmeno considerando, avrebbe dovuto essere il primo a venire da te e a dirti che lui e Narcissa si erano separati e che lui aveva una relazione con un’altra donna. Draco” dice, prendendogli entrambe le mani tra le proprie così da rafforzare il concetto. I suoi occhi verdi e l’intensità della determinazione che emanano, gli fanno vibrare un qualcosa di non ben definito dentro al petto. Forse è il cuore che manca un battito, in effetti non ne è sicuro. “Hai tutto il diritto di essere arrabbiato e devi accettarlo. Devi accettare il fatto che potresti anche non volerla perdonare mai più.”
“È che è difficile” ammette, con la voce che trema appena. Harry lo stringe subito a sé senza pensarci due volte. Non sta piangendo, no e non lo farà. Specialmente non con Harry che lo stringe a sé in quel modo. A quello basta solo lasciarsi andare.
Nonostante tutto, Draco non dorme quella notte. Alle tre del mattino fissa le luci che giocano sul soffitto della sua stanza e che filtrano dalle persiane. Ha gli occhi spalancati, nessuna intezione di riaddormentarsi e l’animo più nero degli stracci di un dissennatore.
“Ma porca…" borbotta, dando un’altra occhiata all’orologio. L’ennesima. Non che serva effettivamente a qualcosa, sono sempre le tre del mattino e lui non dorme proprio. Non come Potter al suo fianco, che addirittura russa. Quel maledetto. Se possibile, Draco lo odia ancora di più. Pensa non si possa detestare nessuno più di quanto adesso stia detestando quell’uomo in questo momento. Forse solo Merlino, il gatto di famiglia, ma unicamente perché è a causa sua che si è svegliato, sua e degli strani rumori che si è messo a fare seguiti da miagolii piuttosto insistenti.
“Vuole uscire” biascica Harry al suo fianco a un certo punto, senza nemmeno aprire gli occhi. Sottintende che ci debba andare lui, ovviamente. Anche perché in quel suo restare bellamente seppellito sotto le coperte e nel non sprecarsi nemmeno per aprire un occhio, c’è non troppo velatamente nascosto l’invito a muoversi.
“Ho capito, va bene” mormora, scalciando le coperte e mettendoci di proposito più violenza del necessario, così che anche Potter si ritrovi scoperto. E infatti sorride di una soddisfazione malevola quando sente uno: “Stronzo” mezzo soffocato dal cuscino, lasciare le sue labbra. Un po’ gli sembra di avere di nuovo dodici anni, perché nel suo fare un rumore assurdo mentre lascia la stanza c’è il desiderio di fare i dispetti a Harry Potter che nutriva quando era un bambino. E quindi batte i piedi a terra con forza e fa casino persino mentre indossa l’elegante vestaglia di seta con lo stemma di Serpeverde appuntato sul petto. Quindi sbatte la porta e accende tutte le luci possibili e immaginabili.
“Malfoy, sei un deficiente!” lo sente urlare dalla camera da letto. Perfetto, è sveglio, il che significa che ci metterà una vita anche lui per riaddormentarsi. Può ritenersi soddisfatto.
“Così impari a russare mentre io fisso il soffito per colpa del gatto di quell’idiota” urla dal corridoio, tralasciando bellamente il fatto che quello di Hagrid fu un regalo e che tenicamente ora Merlino è loro. I gatti magici come lui si legano ai padroni a cui sono destinati in certi casi ancora prima di incontrarli, o almeno così ha sentito. A suo modo di vedere non è proprio possibile che quello sia il suo gatto, se così fosse avrebbe tutto un altro tipo di atteggiamento. Più nobile, più altezzoso, ma soprattutto meno stronzo.
"Meow!" sente, di nuovo, ma sembra più che altro un suono straziato che un miagolio. Merlino dovrebbe essere un tenero gattino che fa le fusa, uno di quelli che si accoccola sul letto, non uno che fa versi simili.
“Per Salazar, sembra ti stiano torturando!” esclama, entrando in cucina. Effettivamente la finestra è chiusa e il gatto la fissa dal basso, salvo poi posare lo sguardo su di lui con quello che, a detta di Draco, è proprio odio. Può detestarlo quanto vuole, a lui non gliene frega niente.
“Vai, vai” mormora, aprendo la finestra. A Merlino basta un balzo ben calibrato per raggiungere il davanzale e un secondo per strisciare fuori. Dopo di allora, il silenzio scende improvvisamente su quella casa, Draco si rende conto di averlo sottovalutato. E non si dovrebbe mai sottovalutare il silenzio.
Non sa di preciso cosa lo spinga a guardare, probabilmente un po’ di sana curiosità. Però è quel che fa: si spinge contro al davanzale della finestra e si sporge un poco al di fuori. La notte è limpida, illuminata dalla luna piena che splende alta nel cielo e che consente a Draco di osservare i contorni di Merlino, che si allontana trotterellando. Fa un discreto freddo, in quella fine di aprile, lassù tira un bel venticello. La finestra della cucina non si affaccia direttamente su Diagon Alley, ma sui tetti dei palazzi della strada più importante della Londra magica. Ciò che di conseguenza vede avanti a sé è una serie di comignoli e tetti, taluni scoscesi mentre altri piatti. Tetti tra i quali Merlino si muove con sicurezza, quasi sapesse perfettamente dove sta andando. In effetti non lo dovrebbe stupire, anzi dovrebbe anzi sapere che i gatti magici non sono come i comuni felini domestici, ma Draco non ha mai seguito un minuto di lezione di cura delle creature magiche e quindi non ne ha la minima idea. Pensa solo che sia incredibile che si muova così alla svelta, che salti con tanta sicurezza da un tetto all’altro. Ecco se non è certo del motivo per cui si sia sporto a guardare, invece di tornare a letto e riempire di calci gli stinchi di Potter, non lo è nemmeno di come abbia fatto a vedere l’altro gatto. Ce ne sono due, in effetti. Il secondo sta a una cinquantina di metri da lui, la luce argentea della luna lo rende visibile tanto che, a tratti, quello gli pare un gatto fatto tutto d’argento.
“Ma tu guarda” borbotta, incrociando le braccia al petto appena nota Merlino strusciarsi contro il muso di quel felino d’argento. Alla fine aveva ragione Potter, c’era una micia attorno a cui ronzare. Sta per andarsene, perché non ci tiene a vedere certe scene, quando un ricordo lo blocca. Draco resta immobile, con la mano stretta attorno allo stipite della finestra: un gatto che non è d’argento perché questi sa con certezza che non esistano. Quel gatto non può che essere bianco. Un gatto bianco. Di nuovo.
“Ma certo!” esclama a voce fintanto alta, parlando con nessuno perché in quella cucina non c’è nemmeno Bingley, uscito a caccia già da ore. Quello che adesso sta sul tetto del palazzo di fronte al suo, è identico al gatto che vede dalla finestra del suo ufficio, seduto su quella panchina tra gli iris viola e i petali di fiori di ciliegio. Lo stesso che mentre creava quell’incantesimo si è comportato in un modo tanto strano. Pelo lungo, muso lievemente schiacciato, un mantello bianco, candido come la neve. Draco non ha idea di come faccia a non dubitare che possa essere lo stesso. A rigor di logica dovrebbe essere impossibile, considerato che il suo ufficio si trova dall’altra parte della città e per giunta nella Londra babbana. Però ci sono troppe strane coincidenze in questa faccenda. Merlino che se ne vada a zonzo per i tetti di Diagon Alley da settimane, assieme a un gatto che è in tutto e per tutto identico a quello di quel giardino. Un giardino fiorito, pieno di iris viola che Draco in passato non ha mai visto in vita propria, nonostante lavori lì da anni. Non gli iris, non il gatto bianco almeno fino a un mese e mezzo fa. E poi le parole della professoressa Cooman, che tornano proprio in quei frangenti come un fulmine che squarcia un cielo sereno: “Finché non ti decidi a seguire il gatto!” Ha detto proprio così. Così come allora, anche adesso Draco non ha idea di cosa possa significare quella frase. D’accordo, sa perfettamente che la professoressa Cooman è un po’ svitata. Insomma lo ha chiamato Scorpius! Però è vero che ha fatto diverse profezie che, successivamente, si sono rivelate esatte. Forse dovrebbe seguire quei gatti, dice a se stesso perché magari, quello è per davvero lo stesso che sta acciambellato su quella panchina per ore e che lo guarda in un modo assai strano, quasi inquietante.
Draco decide che non deve più pensarci, ma agire e basta. Dubita solo per un istante su quello che sta effettivamente facendo, in fondo è un Serpeverde e in quanto tale tende all’autoconservazione. Quello che farebbe una cosa del genere, ovvero arrampicarsi sui tetti, è Potter. No, salire sui tetti non è una di quelle cose che farebbe Draco Malfoy e infatti non è esattamente ciò che ha intenzione di fare, i Serpeverde non sono forse famosi per l’astuzia? E quindi torna in fretta e furia in camera da letto, recupera la bacchetta che sta sul comodino e inizia a svestirsi, mentre con qualche colpo di bacchetta, lancia alcuni incantesimi di appello.
“Che diavolo fai?” si sente chiedere.
“Devo seguire i gatti” risponde, frettolosamente, rubando una di quelle felpe di Harry che a lui stanno larghissime. Probabilmente lo scambieranno per un ladro, ma meglio che morire di freddo.
“Ma torna a letto” sente suo marito mormorare.
“Merlino se ne va a zonzo per i tetti di Londra con quel gatto bianco che da settimane sta nel giardino davanti al mio ufficio e guarda sempre la mia finestra.”
“Davvero?”
“Davvero!” replica Draco, mettendosi anche le scarpe prima che il suo manico di scopa voli dal corridoio.
“E li inseguirai con la Firebolt?”
“Sotto il mantello dell'invisibilità di tuo padre, sì e ora se non ti dispiace, Potter, ho dei gatti da inseguire prima che li perda” dice, uscendo dalla camera da letto in fretta e furia.
Ci sono davvero un sacco di cose che Draco Malfoy ignora sui gatti e non solo perché a cura delle creature magiche era una schiappa, ma anche perché non ha mai realmente avuto un rapporto con gli animali quando era piccolo. Per lui esistevano i gufi, ma solo per inviare la posta. Da quando al quarto anno l’hanno trasfigurato in un furetto, poi, ha perduto ogni tipo di interesse nel mondo animale. Ma non sa nemmeno quanto possa essere effettivamente fredda una notte di fine aprile, scoprirlo in sella a un manico di scopa non è affatto piacevole. Però sa come accidenti si fa a stare su una firebolt assieme a Harry Potter, abbracciato a lui mentre sono entrambi avvolti dal mantello dell’invisibilità. Lo sa perché è quello che sta succedendo. Ovviamente, non è davvero possibile che Potter si sia lasciato scappare l’occasione per una stramba avventura, non è mica quel tipo di persona che preferisce dormire, non se può rischiare la vita. In effetti ci ha messo un secondo ad alzarsi, tre a vestirsi e ora volano lentamente sopra i tetti di Diagon Alley. Un centinaio di metri sotto di loro, Merlino e quello strano gatto bianco incedono rapidamente: saltano, a tratti corrono fino a che, dopo una decina di minuti circa, si fermano su un tetto in particolare. Draco non lo riconosce, anche se dovrebbe. A lui sembrano tutti uguali ed è davvero troppo buio per rendersi effettivamente conto di dove si trova. Non ci riesce nemmeno dopo che atterrano su un balcone, dove ha visto i gatti infilarsi. Gli sembra un balcone come molti altri e quelle piante rinsecchite a ridosso della balaustra, quelle di chiunque non sappia far vivere nemmeno una pianta di plastica. Realizza soltanto in un secondo momento ovvero quando vede Merlino dentro un appartamento che conosce fin troppo bene, se ne sta accanto a quel gatto bianco che poi non è più un gatto, si è trasfigurato in un essere umano. Una donna.
“Un’animagus” mormora Harry, assottigliando lo sguardo ancora avvolto dal mantello dell’invisibilità. Non è effettivamente quello di cui si sta preoccupando Draco in quel momento, sì, il gatto bianco era un animagus, ma il punto è chi è quella donna che ora ha avvolto il proprio corpo con una coperta. Quella ragazza la conosce molto bene, è Pansy Parkinson che ora si accuccia a grattare le orecchie a Merlino. Pansy è un’animagus.
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Il gatto bianco, il gatto nero
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C’è una cosa che di Pansy Parkinson, Draco conosce piuttosto bene ovvero l’imprevedibilità. Se c’è un lato della sua personalità che le si deve obbligatoriamente riconoscere è la capacità di non essere mai uguale a se stessa, di non fare ciò che la gente si aspetta da lei. Quando Draco ha fatto coming out, ormai molti anni fa, non credeva che la sua migliore amica sarebbe scoppiata in una fragorosa risata, dichiarando che era ovvio considerato che: “Non siamo mai finiti a letto insieme e io sono meravigliosa da guardare” perché la modestia non è una delle sue caratteristiche principali. Nessuno avrebbe mai potuto pensare, poi, che sarebbe finita con l’appassionarsi alla pasticceria, diventando un’allieva di Mathieu de la Tour. Ed è anche ovvio che Draco non si aspettasse da lei ciò che proprio malgrado si ritrova osservare, eppure dovrebbe essere naturale perché si tratta di Pansy. Quasi gli viene da sorridere al pensiero di quanto gli piace quel lato della sua personalità. Quasi, eh. In effetti non ha molto di cui divertirsi e al momento la sua testa è uno strano miscuglio di sentimenti, emozioni e pensieri che s’intrecciano in un nodo malforme e finiscono col gravargli sul cuore. Lo shock arriva relativamente alla svelta: gli basta rendersi conto che il gatto bianco nè in realtà la sua migliore amica Pansy perché un’ondata di panico gli salga su fino in gola trasformandosi in nausea. Ha voglia di vomitare.
“È un’animagus” mormora Harry, al suo fianco, sotto shock tanto quanto lui. Sono ancora entrambi stretti sotto al mantello dell’invisibilità, fuori sul balconcino dell’appartamento che Pansy Parkinson ha preso in affitto nella Londra babbana, non troppo lontano dalla pasticceria in cui lavora. Fa freddo per essere aprile, probabilmente troppo considerato che il refolo d’aria che gli sale su lungo la schiena è fintanto gelido. Eppure non è per quello che trema, quanto più per la rabbia. Rabbia non sa esattamente per che cosa, ma è molto poco razionale al momento.
“Che vuoi fare?” gli domanda Potter, notando l’assenza di risposte da parte sua, oltre che di reazioni evidenti. Draco si limita a fissare dritto avanti a sé la donna che un tempo considerava la sua migliore amica, praticamente una sorella, grattare le orecchie al gatto nero che di nome fa Merlino. Nessuna reazione, pensieri confusi finché un qualcosa non scatta dentro di lui. E allora bastano pochi attimi perché un moto di rabbia, che adesso fatica a controllare, gli salga su dalla bocca dello stomaco facendolo sragionare. Non è perché sta accarezzando il gatto, non solo almeno. Ma intanto che getta il mantello dell’invisibilità alle proprie spalle e sfodera la bacchetta per aprire la porta-finestra con un incantesimo, racconta a se stesso che è per via del fatto che Pansy sta accarezzando il suo animale magico di famiglia e non dovrebbe avere tanta familiarità con lui. Naturalmente è una sciocchezza, che non si tratta soltanto di questo è drammaticamente ovvio dall’entrata in scena che fa. Plateale, melodrammatica… In pratica sfodera tutto il proprio repertorio alla Malfoy, quello che lo fa essere una regina del dramma Serpeverde. E l’espressione ferita con la quale entra in scena, infine, non ha proprio niente a che vedere con il gatto Merlino.
“D-Draco!” E allora si rende conto che aveva dimenticato il suono della sua voce. La maniera in cui pronuncia il suo nome, come arriccia il naso quando parla, il più delle volte senza neppure rendersene conto.
“Questo è tutto quello che hai da dire?” E per un attimo gli pare di essere tornato il ragazzino viziato e snob di quando andava a scuola. Il tono di voce che usa, lo sguardo che fa, la postura che ingaggia incrociando le braccia al petto intanto che getta un’occhiata di disprezzo alla donna che un tempo considerava come la sua migliore amica... Tutto ricorda quel Draco. Ciononostante la rabbia e il dolore sono ancora più profondi, molto più complessi di quelli di un ragazzino che a scuola non faceva che bullizzare chiunque.
“Posso spiegare…” tenta lei, ma la furia di Draco non si placa con quella timida risposta. Al contrario si accentua, diventando ancora più profonda. Ancora più feroce. Perché Pansy non è mai stata timida né ritrosa, è invece l’esatto contrario.
“Tutto qui quello che hai da dire?” grida, con quanto fiato ha in corpo. A placarlo non riesce neppure Harry, che lo ha seguito dentro l’appartamento e lo invita a posare la bacchetta. Almeno quella, dice. Bacchetta che ha sfoderato e che tiene stretta tra le dita, puntata in direzione Pansy Parkinson. Non vuole per davvero lanciarle contro un incantesimo, è evidente dal fatto che la sua mano trema vistosamente intanto che le lacrime gli rigano il viso.
“Prima vai a letto con mio padre, poi diventi un’animagus e mi spii al lavoro…”
“Non volevo spiarti, semplicemente controllare che stessi bene. Non rispondevi ai miei gufi, eri praticamente sparito” dichiara, questa volta un po’ più sicura mentre si alza in piedi, ancora avvolta in una coperta. Draco nota un’evidente disperazione nel suo sguardo, che si affretta a ignorare.
“Perché non vai a vestirti?” interviene a quel punto Harry, facendosi avanti di un passo. “Sono certo che riuscirete a parlare civilmente, ma forse è meglio se ti metti qualcosa addosso.” E vorrebbe che quello fosse uno di quegli interventi provvidenziali che risolvono la situazione. Lo vorrebbe davvero, tuttavia sa che quei pochi minuti che separeranno il loro confronto non serviranno a niente. Non è possibile scacciare il dolore e il senso di tradimento così in fretta, non ci riesce il sorriso di Harry e neppure la mano che finisce con il coprire la sua.
“Parlare senza puntarsi addosso la bacchetta è molto meglio” mormora, sorridendo in maniera gentile. Harry Potter è sempre così spiccatamente gentile e la cosa che in lui riesce a essere straordinaria è il fatto che gli venga naturale come respirare. Draco Malfoy non è mai stato gentile con nessuno, questa è un’altra delle cose che li differenziano. A Harry però sembra non importare davvero mai della sua non gentilezza o dei modi altezzosi, così come delle reazioni violente. I suoi sorrisi, comunque, funzionano ogni volta. E forse il dolore non sarà passato, ma guardandolo Draco si sente uno stupido sciocco per aver reagito in quel modo, questo incredibilmente serve a qualcosa. Non è più il ragazzino di un tempo se arrossisce e non manca di mostrarsi imbarazzato per aver avuto una reazione tanto spropositata.
“Mi dispiace” confessa lasciandosi scompostamente sedere sul divano di Pansy, intanto che si passa una mano tra i capelli che si sono inevitabilmente spettinati durante il viaggio in sella alla scopa. Merlino lo raggiunge prima di Harry, balza sul divano e quindi si accoccola sulle sue gambe, iniziando a fare le fusa. Non può non dire di non essere stupito, in effetti non aveva mai fatto niente del genere.
“Pare che ti abbia perdonato prima di me” ridacchia Potter, allungando una mano così da riuscire ad accarezzargli la testolina nera. Il suo pelo è sempre così morbido e soffice, dovrebbe coccolarlo più spesso.
“Credo finalmente di piacergli.”
“Merlino è un gatto molto intelligente!” E a parlare questa volta è stata Pansy, che appare sulla soglia del soggiorno vestita con una morbida tuta e quindi avanza di qualche passo in loro direzione. Draco nota il suo essere provata fisicamente, cosa che gli suona piuttosto strana: non l’ha mai vista tanto patita o struccata. Già il fatto che non lo sia dovrebbe essere significativo. Eppure quella che ha di fronte è una giovane donna con le guance scavate, profonde occhiaie come quelle di chi non dorme granché mentre la sua consueta aria strafottente pare averla del tutto abbandonata, perché non c’è traccia di ironia nel tono della sua voce.
“Se sono diventata un’animagus è merito suo.”
“Ti va di raccontarci come è andata?” si fa avanti Harry ed è un bene che ci sia anche lui, Draco sa perfettamente che non sarebbe riuscito a spiccicare alcuna parola di circostanza. Sarebbe invece rimasto zitto ad alimentare un silenzio imbarazzante. Lei annuisce e basta e, poco dopo, inizia a raccontare.
“Una sera di qualche mese fa me lo sono ritrovata sul balcone. Poi tornò la notte successiva e quella dopo ancora. Pensai che fosse un randagio quindi lo avvicinai per dargli da mangiare, si lasciò accarezzare e dormì sul mio divano. Qualche sera dopo notai che aveva una lettera in bocca, era una di quelle che ti avevo scritto. Non era neppure aperta” mormora, scrollando la testa con fare rassegnato. Draco si sente un verme nel vederla tanto abbattuta perché sa che odiarla e ignorarla è stata una colpa.
“A quel punto ricordai del regalo di Hagrid al matrimonio e capii che era il vostro gatto. Iniziò a diventare un appuntamento fisso, veniva ogni sera e stava qui per un po’, dopodiché se ne andava.” Pansy interrompe di nuovo il proprio racconto, lasciandosi cadere morbidamente su di una poltrona e affondando tra i cuscini come se si sentisse profondamente esausta.
“Una notte si presentò con la pagina di un libro” riprese, subito. “Proveniva da un libro di Difesa contro le arti oscure e parlava degli animagus.”
“E così hai iniziato a fare pratica…” commenta Harry, annuendo. Ora la dinamica è chiara, quello che non capisce è per quale ragione le sia venuto in mente di fare una cosa simile. Chi diventa animagus è perché di solito è spinto da una forte motivazione, da un qualcosa che lo spinge a voler diventare un animale. Draco ricorda perfettamente i racconti di Harry riguardo Sirius e suo padre, di come avevano voluto trasfigurarsi in animali per stare vicini al professor Lupin nelle notti di luna piena. Tuttavia questa la situazione è molto diversa e decisamente meno tragica, possibile che la motivazione di Pansy fosse così forte?
“Draco non voleva più parlare con me né ascoltare quanto avevo da dire, ho pensato fosse un buon modo per vederlo e capire come stava.”
“E hai creduto che la cosa migliore da fare fosse venire sotto al mio ufficio a spiarmi?” sputa Draco, velenoso.
“Che avrei dovuto fare? Ti ho inviato decine di gufi negli ultimi mesi e non hai mai risposto. Ero disperata, tu non volevi più vedermi e ho sentito la necessità di diventare un animale per poterti incontrare.” Suona ragionevole, a suggerirglielo è la sua coscienza che pare essersi risvegliata proprio in questo momento. Sente che quanto dice è vero, anche se fatica a mandar giù l’orgoglio.
“Io ti voglio bene, Draco, ci sei sempre stato per me, sei il mio migliore amico e francamente non pensavo che mi avresti mai notato, di solito non fai caso agli animali.” Questo è vero, non può dire che non abbia ragione. Se quel giorno non avesse aperto le tende, perché oppresso dai pensieri su suo padre e su Pansy, con ogni probabilità non avrebbe mai visto il gatto bianco.
“Sappi che non avrei mai voluto ferirti.”
“Tzè” sputa lui, troppo comodo dirlo adesso. Avrebbe dovuto pensarci prima di scoparsi suo padre. Adesso è troppo tardi.
“Quando incontrai Lucius al vostro matrimonio mi disse che lui e tua madre si erano separati già da un po’, ma che non volevano dirlo a nessuno e mantenere la facciata. Mi chiesero di mantenere il segreto. Il resto non so neppure io com’è successo, ci siamo visti qualche volta ed è venuto naturale provare qualcosa per lui. Non l’ho programmato, è successo e basta.”
“E hai pensato di venirmelo a dire alla mia festa di Halloween, giusto?”
“Non credevo fossi tu!” esplode Pansy, questa volta con una rabbia più che evidente, passandosi quindi una mano tra i capelli in un gesto esasperato. “Tuo padre era contrario, abbiamo discusso un sacco di volte perché non ce la facevo più e il segreto mi stava opprimendo. Ho visto che c’era una strega chiromante alla festa e ho pensato di… Sì, insomma di chiedere un consiglio. Il travestimento era fatto così bene, che non mi sarebbe mai venuto in mente che potessi essere tu.” Anche su questo non può dire che non abbia ragione e non perché quel complimento pizzica le corde del suo orgoglio, ma perché nessuno a quella festa era riuscito a riconoscerlo e lui non ha fatto altro che alimentare questa convinzione per poter prendere in giro tutti quanti. In un certo senso il suo stesso scherzo gli si è ritorto contro.
Il discorso di Pansy ad ogni modo si conclude così, con quelle parole che per un istante paiono non voler far altro se non riecheggiare per il piccolo appartamento della Londra babbana che ha preso in affitto. Draco sente la sua voce spegnersi, vede lo sguardo abbassarsi e il silenzio srotolarsi tra loro sino a tendersi quasi allo spasimo. Sa che dovrebbe dire qualcosa di sensato, non glielo impone soltanto la rigida educazione di Narcissa, quanto il buonsenso. Di fatto però non ha la minima idea di cosa debba farci con tutte queste informazioni né di come dovrebbe reagire. Qual è il modo migliore per reagire a una cosa simile? Draco non se l’è mai chiesto, ma è una certezza che avrebbe dovuto farlo molto prima di adesso. Pansy ha detto che non voleva ferirlo, però in fin dei conti lo ha fatto lo stesso e lui non riesce semplicemente a ignorare facendo finta che non sia successo niente. Gli ha comunque mentito, come pensa che tutto questo possa cambiare qualcosa? Dal suo punto di vista non lo fa per nulla.
“Non so cosa dovrei dirti, Pansy, dico davvero” esordisce con queste esatte parole un discorso che neppure lui ha idea di dove lo possa portare. Però è onesto, forse per la prima volta da quella notte di Halloween. Continua a grattare le orecchie a Merlino e questo in un qualche strano modo funziona, le sue fusa sono come un balsamo per l’anima, gli leniscono i nervi e calmano i sensi.
“Ti ho sempre considerata una sorella e a un certo punto scopro che la persona che per me era come una di famiglia andava a letto con mio padre, spero che tu riesca a immaginare lo shock che ho provato.” Non ha intenzione di descriverlo, quanto ha rivelato a suo modo di vedere è già troppo. “Ero bloccato sull’idea che saresti diventata la mia matrigna se mai vi foste sposati, Pansy Parkinson che diventa la mia matrigna… Non riuscivo a… Non riesco a…”
“Non devi accettarlo per forza” sostiene lei, alzandosi dalla poltrona nella quale è seduta e avvicinandosi verso di lui. Glielo ha detto anche Harry, questo, qualche ora fa. Inizia a pensare che abbiano ragione. “Non devi venire a pranzo con noi o fartelo andare bene, né io né tuo padre vorremmo mai una cosa del genere. Però voglio far parte della tua vita, ti prego non escludermi ancora. Ti chiedo soltanto questo.” Questa volta il silenzio di Pansy pare definitivo. Lo sembra nella maniera con cui si fa indietro, restando in attesa come se si trovasse di fronte al patibolo aspettando di conoscere il proprio destino. Se possibile, si sente ancora di più un verme.
Il primo istinto Draco è quello di scappare, è un Serpeverde e tende all’autoconservazione quindi ha sempre voglia di correre lontano e non badare a nessuno. Il secondo è quello di dirle che ha bisogno di tempo, ma non riesce a pronunciare quelle parole, il concetto gli rimane incastrato in gola e da lì non sembra riuscire a schiodarsi. In effetti di tempo se n’è preso parecchio e non ha concluso assolutamente niente. Tutto ciò che è riuscito a fare è stato tormentarsi riguardo una questione che non era assolutamente sotto il suo controllo ed escludere addirittura suo marito dai propri pensieri. Il tempo gli è stato soltanto nemico e non ha portato a niente di nuovo.
“Draco!” A parlare questa volta è stato Harry, che è rimasto in disparte per tutto il tempo. Un Potter che sembra abbia proprio voglia di farsi ascoltare. “Prendi la decisione che ritieni più giusta, ma ti prego di considerare quanto profondo debba essere l’affetto e quanto grande la motivazione di una persona per arrivare a diventare un animagus. Non è un percorso semplice ed è pieno di insidie, Pansy ti vuole bene sinceramente e la sua motivazione di poterti vedere ha superato tutto quanto il resto.”
“Va bene, va bene” dichiara, infine, alzandosi dal divano in tutta fretta. Si sente stordito e un po’ sconfitto, ma per la prima volta dopo mesi ritiene vada bene anche così. “Non credo riuscirò mai ad accettarlo, avete entrambi ragione quando dite che non lo devo fare per forza. Però tenerti lontana non ha portato a niente di buono e potremo tornare a essere amici.” No, non suona come una liberazione. Non fa l’effetto che avrebbe voluto, però si sente più leggero. E sa che non è per l’averla di nuovo nella propria vita, quanto per aver compreso di non doversi far andar bene per forza un qualcosa che non gli piace. Ad ogni modo con Pansy quella notte non ci sono abbracci, Draco pensa che sarebbe forzato e addirittura smielato, innaturale dopo mesi di tormento. C’è soltanto una promessa, quella di provare a essere quelli di prima. Non è sicuro di sapere quello che penserà in futuro riguardo Pansy e suo padre, ma per il momento ciò che ha ottenuto va bene così. Va assolutamente bene così.
Harry gli dice che è stato bravo anche più tardi quella notte quando tornano a casa dopo essere volati sopra ai tetti di Londra a cavallo di una Firebolt, con un gatto sulle spalle che gli artiglia le unghie nella schiena, nascosti dal mantello dell’invisibilità. Draco, a dirla tutta, bravo non ci si sente proprio. E non si sente nemmeno coraggioso, tuttavia Harry gli dice anche questo. Non è nessuna di queste cose, si sente più che altro egoista ad aver pensato a ciò che era bene per sé più quello che era bene per la sua migliore amica. Ma accettare il proprio lato oscuro, così come i propri difetti, fa parte della sua nuova vita quindi non ha niente da recriminare a questo proposito.
“Quello che hai fatto non è da tutti.” E forse è vero, su questo un po’ di ragione ce l’ha.
“Non mi sembra di aver risolto niente, la parte difficile deve ancora venire.”
“Io sarò qui con te, Malfoy” gli dice Harry, prima di baciarlo su una guancia.
“Come se non lo sapessi, Potter” conclude, ammiccando.
Quella notte, Draco sogna il gatto Merlino e le piante rinsecchite di Pansy. Sogna la professoressa Cooman a cavallo di una scopa, che elargisce a tutto il mondo ridicole previsioni. Al suo risveglio non fa che pensare a quella donna, e più ci pensa e più si convince che quella donna abbia sul serio il dono della preveggenza e che riguardo alla faccenda del gatto sui tetti ci abbia visto giusto. Lo aveva previsto. Più tardi, quel mattino, quando sta facendo colazione con una tazza di tè Draco si rende conto che sta continuando a ragionare su quella donna ed è a quel punto che viene colto da un dubbio atroce.
“Potter?” mormora, fissando il vuoto avanti a sé con la tazza di porcellana tra le mani che gli scotta le dita. “La Cooman aveva predetto che avrei dovuto seguire il gatto e ci ha indovinato, ma prima ancora ha visto una gravidanza al nostro matrimonio.”
“E allora? Mi pare evidente che fosse quella di Hermione. Si sarà confusa, quella vive sulla luna” sentenzia Harry, mandando giù una cucchiaiata di porridge.
“Quello che ho pensato anch’io, ma il nome Scorpius da dove l’ha tirato fuori?”
“Non saprei, forse da una realtà parallela? Magari in un altro universo sei sposato con una donna e hai un figlio con un nome terrificante tipo Scorpius, tutto può essere, Malfoy,” dice infine, ridacchiando tra sé. Draco alza gli occhi al cielo e torna a dedicarsi al proprio pregiato Earl Grey, realtà parallela e lui sposato con una donna? Che idiozia!
Fine
